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uno zaino carico di libertà

date » 18-01-2021 17:22

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Ne sento l'esigenza, di tanto in tanto, quella di riempire il mio zaino.

Il sacco a pelo con il materassino e il sacco per bivaccare, il fornello a gas con l'occorrente per cucinarmi qualcosa e prepararmi bevande calde, una piccola moka. Indumenti vari, a seconda della stagione, una luce frontale, anzi due perché quella è davvero importante come lo sono il caricone ed un secondo cellulare.

Mettere dentro tutto quello che in teoria mi consente, se lo desidero, di non tornare a casa la sera. Quindi cogliere il momento propizio e partire, per una meta non lontana ma neppure troppo certa.

Tante volte sono rientrato comunque a casa la sera, come altre invece ho camminato fino a notte fonda, altre invece mi sono fermato a bivaccare da qualche parte. Alla partenza comunque, la piena consapevolezza d'avere con se tutto il potenziale necessario, un senso di libertà che per me non ha eguali.

Così finalmente, arriva per me il tanto desiderato momento d'assaggiare la neve, quella che di fatto ha reso impraticabile molti dei tratti di Alta Via che avrei voluto percorrere nel mio progetto “Storie di Alta Via”

Punto di partenza la frazione di Piampaludo, risalendo la strada fino alla località di Pratorotondo, dove incontrerò il tracciato AV. Questo percorso è normalmente un paradiso per le racchette da neve o ciaspole, anche se terrò le mie attaccate allo zaino, visto che la traccia è super consistente da procedere senza l'ingombrante attrezzo attaccato ai piedi. Metto invece i ramponcini, che mi consentono di camminare sulla neve gelata in tutta sicurezza.

Sono le due del pomeriggio e la giornata è davvero stupenda, salendo incontro varie persone che sono andate a camminare, senza il patema di dovermi attenere ad un orario mi fermo volentieri a chiacchierare con tutti.

Godo totalmente la camminata nel mio paradiso, tutto fila liscio, anche il tendine d'Achille che negli ultimi mesi mi ha dato noia sta facendo il suo dovere alla grande. La temperatura ottimale direi, fredda certamente, comunque giusta per tenere su giacca e berretto nonostante lo sforzo fisico.

Nei pressi del rifugio di Pratorotondo, la bellissima faggeta dimostra tutta la sua magia grazie agli ultimi raggi di sole della giornata. Mi piace attraversarla, gustandomi ogni singolo bagliore o lama di luce.

Ad un tratto squilla il telefono, è l'amico Nanni di Piampaludo, sta salendo al Monte Beigua con gli sci da fondo ed ha visto la mia auto parcheggiata all'inizio della strada. Per me una bellissima sorpresa, dopo qualche minuto lo vedo sbucare e ci facciamo quindi una chiacchierata che rende felici entrambi come bambini.

Marco ma le hai viste le tracce del lupo, dice ad un certo punto Nanni , sono là dietro.

I lupi, certo che ci sono i lupi su Beigua anche se pochi li hanno visti direttamente, più che altro tramite le foto trappole. Di base so che i lupi non attaccano mai l'uomo, anche se non ci terrei proprio ad essere quello che verifica la teoria, comunque mi fanno molta più paura i cani maremmani che trovi d'estate a guardia delle pecore.

Saluto Nanni mentre il sole sta tramontando dietro di me, penso che avrò non più di mezzoretta buona di luce, m'incammino quindi verso Pian Ferretto.
Le chiacchiere mi hanno però distolto dal prendere una fondamentale decisione, posso ritornare sui miei passi oppure decidere di proseguire, in tal caso dovrei necessariamente fermarmi a bivaccare da qualche parte

Opto per utilizzare il riparo a Cima Pozzo, un'oretta di sentiero che ho fatto già mille volte. Si tratta di posto davvero molto carino, però alla fine una specie di cubicolo in pietra con dentro un tavolo, due panche di legno e una stufa di ghisa, ma dell'età del bronzo.
Il posto è comunque di un bello pazzesco, la vista spazia da Est con il Monte Argentea poi Sud con il mare ad Ovest invece tutto il massiccio del monte Rama per andare a Nord con tutta la vallata dell'Orba poi su su fino a tutto l'arco alpino.

L'idea, sarebbe poi quella di fotografare l'alba sperando ardentemente in un mare di nuvole sotto, poi raggiungere il rifugio Argentea, quindi ritornare sui miei passi fino all'auto lasciata a Piampaludo. Grossomodo un venticinque chilometri complessivi.

Rinfrancato quindi della decisione, mi godo la strada su Pian Ferretto con l'incredibile balconata vista mare da una parte, dall'altra l'immensa distesa di neve che copre per intero un'antica morena glaciale fino al limitare del bosco. Tante volte sono stato in questi luoghi alla sera, mi piace soffermarmi a guardare le luci dei paesi sotto che s'accendono come un presepe, dopo incamminarmi verso il buio del bosco di pini. Non senza provare sempre un brivido d'apprensione, come nell'abbandonare il mondo conosciuto per l'ignoto.



Le ultime luci del giorno lasciano il posto ad una stellata che sembra davvero senza fine, mi fermo di tanto in tanto, solamente per constatare che l'unico rumore è quello prodotto dalle ciaspole che strisciano sulla neve leggermente ghiacciata. Davvero incredibile la totale assenza di vento, come di qualsiasi fruscio prodotto da foglie o animali, la cosiddetta civiltà con il suo clamore sembra davvero molto lontana.


Non appena entrato nel bosco devo proprio accendere la luce frontale.
I segnavia sono quasi completamente nascosti dalla neve, conosco il percorso ad intuito quindi voglio fidarmi di una bella traccia di neve battuta da altri ciaspolatori. Ben presto la traccia di divide , sventaglio quindi a destra e a sinistra il potente fascio della mia ledlenser cercando di scorgere qualche segnavia o particolare conosciuto. Giurerei di aver visto due occhietti scintillare da dietro un tronco, per fortuna non faccio troppo caso al particolare.

Senza stare lì a perderci troppo tempo verifico la traccia col GPS.
Vengo così facilmente fuori dal bosco di pino nero giungendo nella bellissima radura dove ho sempre visto qualche animale, mi fermo quindi nel bel mezzo per cogliere eventuali rumori però niente di niente, la quiete assoluta.

Il sottofondo costituito da quella specie di “timore atavico” che fa capolino a volte, quando esco dalla zona di comfort, lascia in quel momento posto ad una gioia che pervade ogni angolo del mio corpo. Amo vivere determinate esperienze in solitaria, però ci sono momenti nei quali la voglia di avere vicine determinate persone mi porta a sprigionare una quantità incredibile di energia.

L'amico Corrado che ho incontrato mentre salivo, mi aveva detto che nel boschetto dopo la radura il sentiero era un po' difficile da trovare e da percorrere, questo a causa della massiccia presenza di neve. Difatti ben presto mi trovo nella bratta più totale.
La traccia sul GPS diventa perciò fondamentale, le ciaspole, indispensabili per non sprofondare risultano però d'incredibile impaccio nel bosco, dove la neve ha piegato i rami degli alberi sul sentiero, tipo barriera invalicabile soprattutto se hai uno zaino da sessanta litri sulla schiena. Infatti dai primi metri mi rendo condo che non va per niente bene.

Penso di rinunciare, in due ore e mezza di facile camminata avrei nuovamente raggiunto la mia auto, quindi dopo un'ora di viaggio doccia calda e piumone nella mia casetta.

Molto serenamente penso invece che se qualcuno prima di me è passato in questo bosco, se pure di giorno, vuol dire che ci passerò anch'io.
Quindi via, scarto da una parte poi dall'altra, mi accuccio imprecando e tagliando rami col seghetto fino a quando non esco nella radura del passo Notua. Però non è ancora finita, di nuovo girotondi e seghetto con pioggia di maledizioni anche verso me stesso, per essere voluto andare sin lì comunque.
Una discreta dose di sano disagio, fino a quando nel debole chiarore di un cielo terso e senza luna, ecco profilarsi magicamente la sagoma del riparo.

Sudato marcio mi avvicino alla porta del locale, con la voglia di mettermi subito addosso qualcosa di asciutto e prepararmi un bel brodo. L'idea era di usare la stufa però vedo ben poca legna da bruciare all'interno, mentre al di fuori è totalmente coperta dalla neve. Niente stufa quindi ma poco male, pare non faccia quel gran freddo e poi mi sarei intossicato dal fumo, tirandone anche giù due o tre ma pure di più prima di accenderla.

La serata trascorre piacevolmente, sciolgo un bel po' di neve con il fornello per cucinarmi dei tortellini in brodo, poi preparo il tè che serve a riempire il thermos da usare la mattina dopo.

Nelle escursioni in montagna, la preparazione di una bevanda calda che ti servirà il giorno successivo è per me quasi un rito. Nutro da sempre grande considerazione e rispetto per le bevande calde in montagna, considerandole sempre come un dono, che mi rende fiero quando lo posso condividere con altri.

Esco fuori dal riparo, il cielo luminoso di stelle rende tutto straordinariamente visibile. Non sembra quasi faccia freddo però sono circa otto gradi sotto, penso che in ogni caso farebbe bene poca differenza dormire all'aperto, la cosa non mi spiacerebbe, in ogni caso ringrazio quelle minuscole e gelide pareti di pietra che in altre condizioni potrebbero rappresentare una salvezza.

Sono parecchio stanco, la notte prima ho dormito poco e male, penso quindi che non ci metterò molto a passare nel mondo dei sogni. Quindi, dopo una generosa sorsata dalla fiaschetta del rum velocemente mi cambio per la notte, rinchiudendomi per bene nel mio caldo bozzolo.

Il soffio sulla candela, con l'intenso aroma di fumo e cera che ne consegue, segna l'ultimo cambio di scena. L'alba del giorno dopo già sta nascendo, nella mia fantasia.




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Le mie nuove radici

date » 11-05-2020 18:31

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Gli spazi confinati della quarantena, come pure il dilatarsi del tempo, mi hanno portato ad osservare le cose in maniera diversa. Nel particolare i luoghi, quelli conosciuti da sempre.

Gli stessi percorsi fatti da giovene "esploratore" hanno così ripreso forma, col medesimo sguardo incantato.

Mi avvio quindi, lungo le strade collinari del paese, lentamente, ricercando le originali emozioni conservate nella memoria, senza immaginare che ne avrei trovate molte di più.

Con il mezzo fotografico, dipingendo quei contorni, frutto di una mente più libera da orpelli.

Perdersi, nel fascino di antiche mulattiere, un tempo primaria rete di comunicazione. Percorsi ricchi di storia, riguardante la vita di intere generazioni.

Lo sguardo, che accarezza un paesaggio forse troppo mutato, comunque ancora ricco di autentiche "capsule del tempo" utili per attingere preziosa linfa, costituita dall'orgoglio per le proprie radici.

L'immagine dei centri rivieraschi, non è solo quella legata direttamente al mare, anzi. Il vero incanto della Liguria, si rivela non appena ci mettiamo in cammino, lungo vie che salgono verso colline ammantate di ulivi.


marco ferrando, fotografo

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Manolo

date » 15-03-2018 17:03

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tags » manolo, arrampicata, freeclimbing, montagna, libro,

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Se con la fotografia, riesci veramente a catturare l'essenza di una persona, detieni per conto mio una grande responsabilità. Questo ti legherà con un filo a quell'anima, per tutta la vita.



Così, quando dall'altra parte di quel numero non in rubrica, sento un “ciao sono Manolo” la mia mente, superato l'attimo di sconcerto, ci mette poco ad abbinare quella voce calma e profonda, ad un tal Maurizio Zanolla, personaggio per me da sempre fonte di esaltazione. Il mito dell'arrampicata sportiva. Manolo parla subito di una mia foto che lo ritrae, non ho bisogno di rifletterci su, la ricordo benissimo.

Comunque la scena era questa, all'interno di una cava di pietra nel finalese, alcuni artisti arrampicatori avrebbero messo in opera una performance dipingendo in notturna alcune figure direttamente sulle pareti rocciose, in calata. Saputo dell'evento, che prevedeva come ospite proprio Manolo, decido di cogliere al volo l'occasione anche per fare qualche foto.
Ad un certo punto, terminato lo spettacolo, i protagonisti se ne stavano seduti uno fianco all'altro su di un palco con la tuta di carta da imbianchino, Manolo al centro. Le luci erano davvero scarse, ma nel disporsi una delle persone mi funziona da pannello riflettente, illuminando per un attimo alla perfezione il viso di Manolo, l'istante mi trova pronto con l'obiettivo puntato. Un paio di primi piani che mi vengono già i brividi guardando il display della fotocamera, per non parlare di quando scarico l'immagine sul pc.

Quindi ora, vengo a conoscenza che sono in corso le battute finali nella realizzazione di un certo libro autobiografico, quello di Manolo per l'appunto, il quale sta cercando disperatamente la foto in questione, trovando il mio recapito tramite l'amico comune Silvano, mitico panettiere di Gorra con la passione per l'arrampicata. Proprio a Silvano infatti, avevo mandato per email qualche immagine della serata, dimenticandomene poi completamente.

A quanto pare Manolo tiene parecchio a questa foto, accidenti penso, sembra incredibile con tutte quelle che gli avranno fatto nella sua carriera.

Alla gioia per quest'incontro fa seguito però una paranoia tremenda, poiché ritenevo il file dell'immagine perduto all'interno di una memoria esterna del computer, dopo che avevo cercato di recuperarne i dati per via di una cancellazione accidentale. Dietro alle garbate insistenze di Manolo, prometto che mi sarei comunque impegnato nella ricerca.

Tanto per cambiare i tempi sono stretti, quindi mi metto immediatamente all'opera, verificando con sorpresa che il dispositivo elettronico funziona regolarmente. All'interno però, una montagna tutta da scalare, costituita da migliaia e migliaia di files privi di una benchè minima seguenza logica.
Senza perdermi d'animo, sguardo incollato al monitor, con una certa emozione passo in rassegna un tot di anni della mia vita fotografica. Intravedo le foto dei concerti, poi la mia parentesi legata alla danza, entrambi generi che adoro, infine l'archivio della montagna con tutte le avventure di chiodatore in falesia. Comunque non passa un'ora che la foto salta improvvisamente fuori, come per magia.

Tutto il resto è gioia pura, Manolo mi promette un cartone di vino e due giorni più tardi chiama l'editore del libro per le formalità, riguardano l'impiego delle mia foto sulla copertina, quarta pagina sembrerebbe, però alla fine verrà scelta per la prima.

Quindi un'immagine di copertina per me davvero speciale. Anche perché, da tempo sto pensando concretamente a qualcosa di mio, in senso letterario s'intende. Mi piacerebbe un domani, poter dire al telefono ciao scusa, ti ricordi quella foto che mi hai scattato....



marco ferrando, fotografo

Io sono di Piampaludo

date » 16-03-2018 08:29

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Avevo già da qualche tempo scelto la via del cuore, anziché della convenienza, quindi la cosa era da fare, non vi erano dubbi.

E' nel febbraio dei 2013, che mi venne l'idea di realizzare un racconto fotografico su Piampaludo, piccola frazione del Comune di Sassello, in Liguria.

Poco m'importava che si trattasse di un luogo misconosciuto, dal nome un po' buffo anzi, tutto sembrava contribuisse al crescere del mio interesse. Non sapevo quello che avrei fatto del mio racconto fotografico, ero convinto però di godermi questo viaggio, ovunque portasse.

Qualsiasi dubbio è comunque svanito, una volta che ho iniziato a fotografare, l'armonia della vita che si rivelava dietro ad ogni uscio, da prima nel timore poi nella frenesia di un fantastico racconto da realizzare.

Che cosa significa per me, l'aver contribuito alla creazione di un libro, Open link dove Piampaludo si rivela nella sua intimità.

Non vorrei considerarlo un traguardo, bensì la tappa di un cammino, un momento nel quale mi rendo veramente conto di tutta la bellezza generata da una semplice ispirazione.
Bellezza dei luoghi che ho raccontato, delle persone diventate amiche, la storia e l'orgoglio di una comunità resi tangibili.

Il mio senso di profonda gratitudine poi, nei confronti di chi mi ha accolto e reso testimone della propria vita, oltre verso coloro che mi hanno “scelto” credendo in me quanto nella magia di un luogo, d'Italia.

marco ferrando, fotografo



Negli occhi del fotografo Marco scorgi tutta quella voglia di poter dar vita ad un posto magico, Piampaludo, incastonato nell’entroterra savonese. 

Si tratta di una storia che arriva da lontano, dagli anni novanta, da geometra impegnato nel censimento dei moltissimi edifici rurali della zona. Entra in contatto quindi con molti degli anziani proprietari, guadagnandone la fiducia e diventandoci amico.

Gli amici, ecco, quelli sono la risorsa più importante e quando, dopo che è passato tanto tempo, ti sono rimaste in zona poche conoscenze, solo la simpatia e il modo di fare di Marco, dopo 20 anni passato alle mutate vesti di fotografo narratore, riescono a sciogliere le diffidenze degli abitanti del piccolo paesino.

Marco decide che la narrazione andrà condotta nei mesi invernali, perché qui si concentra il maggior “pathos” nel vivere in un luogo con le caratteristiche di durezza tipiche di un borgo di montagna, pur essendo in territorio ligure. Nell'arco di tre inverni viene quindi realizzato un ricco reportage fotografico, tutt'ora in via di sviluppo. 

Una corriera persa, poi rincorsa oltre le due già prese per percorrere  i 44 chilometri che separano dalla riviera, le strade impervie, il freddo e la neve a meno 10, lasciato solo ad un incrocio, lo zaino, con il solo segno di vita rappresentato da un cane, che abbaia nella tormenta. 

Poche centinaia di metri, gli scarponi che scricchiolano sulla neve pressata dal “rabè” come chiamano in questi luoghi lo spazzaneve, una finestra s'illumina e un viso dolce e gentile che ti accoglie e la macchina fotografica intenta a immortalare momenti di speciale semplicità. 
Il viaggio casa per casa, la vita che ruota intorno alla stufa, i racconti di vita vissuta, nei bar, quale posto migliore d’aggregazione. 

Ci sono storie di immigrazione, chi ha lavorato in Francia come taglialegna e poi è tornato su, chi lavora in città ed ogni week end si rinchiude in un abbraccio nel bosco, qualcuno si è chiesto cosa facesse in giro a fotografare.

Gli occhi azzurri di Aldo, Angelo lo storico, i giovani Nanni e Federica, sono solo alcuni dei tanti personaggi conosciuti, ricchi di risvolti come solo possono essere i rapporti umani.

“Con la consapevolezza inizia il cammino, raccontare essendo se stessi”. Questo dice Marco Ferrando, che non è solo uno story teller ma regala emozioni fotografiche.


Luciano Parodi




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